Deliri, Diario

Tempo carogna

Wow come passa il tempo. Stamattina ho casualmente deciso di fare un salto sul mio vecchio blog e BUM! L’ultimo post risale a nient’altro che 2 anni e mezzo fa. E per un attimo ho riflettuto su quante cose fosse successe/cambiate in quest’arco temporale. I viaggi che ho fatto, i libri che ho letto, le fidanzate che ho cambiato (nessuna), le scopate che mi sono fatto (ah che meraviglia). Ma la cosa peggiore è la presa di coscienza che il tempo passa, inesorabilmente. Oddio ho appena scritto una banalità, lo sanno tutti che il tempo passa, ma io mi riferivo alla presa di coscienza di questo fatto inoppugnabile. Pensateci, sono rari i momenti in cui ci rendiamo davvero conto dell’orologio che continua a girare, solitamente viviamo tranquilli nella nostra indifferenza.

E poi, momento di lucidità, presa di coscienza, dramma interiore, qualcuno versa qualche lacrima (non è, ancora, il mio caso), fino a quando incredibilmente ce ne dimentichiamo. E ricominciamo a vivere nella stessa, medesima e fantastica condizione di prima.

 

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Il Sogno nel cassetto

Qualche giorno fa, chiacchierando con una mia cara amica, è saltato fuori il tema del famigerato “sogno nel cassetto”. Questo mi ha fatto riflettere su diverse cose, a prescindere dalle aspirazioni o desideri che ognuno di noi possiede. Innanzitutto mi ha molto colpito pensare al sapore che ha a seconda dell’età in cui si è. Ad esempio è molto tenero ascoltare le aspirazioni che hanno i bambini in relazione al loro futuro, solitamente si aspira ad essere astronauta o calciatore,  e li si guarda con affetto augurandogli di riuscire a realizzare tutto ciò che desiderano. Da adolescenti lo step è superiore, si ha una maggior consapevolezza della realtà, il sogno è stato limato di tutto ciò che è oggettivamente impossibile, e ci si ritiene perfettamente in tempo di realizzarlo, prossimamente, quando se ne avrà voglia.

Poi, per una serie di motivi, vuoi di studio vuoi lavorativi o entrambi, ci si dimentica di avere un sogno del cassetto. A volte capita. Ma il cassetto è sempre lì, basta soltanto avvicinare la mano, agganciare la maniglia e tirare un pochino. Ed eccolo lì, il nostro sogno! Un pò impolverato forse, ma basta soffiargli sopra che ritorna come quando l’abbiamo riposto. Uguale e identico.

Quello che cambia, dicevo, è il sapore. Se da bambini o più grandicelli il gusto è decisamente dolce, quando ci si avvicina alla maturità si avverte un retrogusto amaro. Perché si avvicina il momento in cui sapremo con certezza che non lo realizzeremo mai. Certo, il sogno è sempre lì, a portata di mano, se lo vogliamo per davvero possiamo iniziare da ora a lavorare per realizzarlo. Basta solo volerlo.

Ma come si fa? Con il lavoro, i soldi, la casa, la moglie/il marito, i figli, il tempo che non basta per riposarsi. Eppure qualcuno ci riesce. Perchè noi non dovremmo?

Lei, la mia cara amica, mi raccontava che il suo è quello di diventare moglie e mamma. E questo mi ha indotto ad un’altra riflessione. Il sogno nel cassetto è tremendamente individualista, non prevede la cooperazione con altre persone. E’ nostro e basta e non lo dobbiamo condividere con nessuno. Si tratta del nostro desiderio più grande, spesso irrealizzabile, e non ha nulla a che vedere con la vita di tutti i giorni.

Tutti noi, o per lo meno la maggior parte, ad un certo punto della vita sente il bisogno di metter su famiglia. E’ la natura, non è un sogno. Ed infatti, dopo questa riflessione, ha convenuto con me che il suo sogno nel cassetto era un altro, guarda caso identico al mio.

Io vorrei scrivere libri. Questo é il mio sogno nel cassetto. Se avessi una bacchetta magica e potessi realizzare un unico desiderio, beh mi instillerei il talento della scrittura, che ho seri dubbi di possedere. D’altra parte va anche detto che non mi ci sono mai impegnato a fondo, e pertanto è impossibile dirlo.

Ma sapete….il lavoro, la fidanzata, i pensieri, la stanchezza……

ZioHank

P.S. Uno dei motivi che mi ha spinto a scrivere ancora su questo blog è il bellissimo pensiero che mi ha regalato Cix79 nominandomi per un award in un post di diverso tempo fa, di cui ho scoperto l’esistenza soltanto da tre giorni, scrivendo delle cose molto belle sul mio conto. Grazie mille Cix!.

P.P.S. Non me ne volete, ma un saluto speciale lo devo alla mia fidanzata (purtroppo soltanto) virtuale Chiquita Madame, anche se temo che questo sentimento sia unilaterale. O no?

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Tic tac, tic tac

Oh che poi mica mi ero accorto di essere assente dal blog da quasi un mese. E’ questa non è altro che la controprova, figurarsi se ce ne fosse stato bisogno, dell’invecchiamento progressivo ed inarrestabile che stanno subendo i miei neuroni via via che passa il tempo.
Comunque, di cose da raccontare non ce ne sono poi molte. Con Nadia (la mia fidanzata, se scorrete qualche post più già la potrete reincontrare come protagonista scopereccia delle mie consolazioni post-delusioneamorosa) direi che tutto procede per il meglio. Il che tradotto in lingua Hankiana non significa altro che si sta bene insieme e che quindi si continuerà a farlo. Stoooop.

Lei vorrebbe il matrimonio, non lo dice, ma si vede lontano un miglio che lo vorrebbe. E forse non ha nemmeno tutti i torti, perché in fondo è la natura che reclama le sue priorità, ed il senso di maternità è una delle cose più forti ed inarrestabili che una donna possa provare.
Non ne parliamo quando poi le madamigelle iniziano a sentire un rumore, tic tac tic tac, che via via diviene sempre più forte, tic tac tic tac, fin quando non soddisfano quei bisogni che sentono dentro. L’orologio biologico esiste, lo so, non è solo nella testa delle nostre ragazze, ma a volte diventa un peso che si portano dentro e cercano di arginarlo anche a costo di star male. Ma ad un certo punto non ce la fanno più. E mettono su famiglia. In qualunque modo gli sia possibile, l’importante è farlo.

Ma costruire una casa, partendo dalle fondamenta, é diventata una vera e propria conquista. Ci vuole tempo affinché tutti i materiali prendano presa l’un con l’altro sino a diventare una cosa sola. Questo naturalmente vale se vogliamo metter su una struttura solida, destinata a durare nel tempo e a sopravvivere alle intemperie.
Diversamente tutto va bene, anche una capanna eretta su di un terreno instabile, con quattro tavole di legno come mura, ed un tetto fatto di paglia.

Che non si sa se rimarrà in piedi dopo la prima tempesta.

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Lasciare o raddoppiare?

C’é stato un tempo in cui vivevo i miei giorni in maniera del tutto slegata da quelli che sono i canoni sociali. In parole povere gozzovigliavo, trascorrevo il mio tempo in una apatia nera, incurante della esigenza di costruirmi un futuro. Il mio curriculum scolastico è di tutto rispetto, ma solo se visto al contrario. In ogni caso, dopo alcuni stop and go, sono riuscito a sfangarla e a prendere l’immeritato pezzo di carta. Che tanto era grande tanto era inutile.
A quel punto bisognava passare al gradino superiore.
La LAUREA, si proprio così con la maiuscola.
Un neodiplomato che ha in animo di iscriversi all’università mescola in sé due sentimenti contrastanti ed opposti. Da un lato è entusiasta della nuova avventura, si sente più grande, avrà orari più flessibili, parteciperà alle fantasmagoriche serate universitarie, e un giorno sarà dottore.
L’altra faccia della medaglia è, invece, il miraggio della seduta di laurea. Il culmine del percorso.
Nella migliore delle ipotesi la matricola vede la laurea come una cosa lontanissima. Ma quanti gradini bisogna salire per arrivare sino al cucuzzolo della montagna, al punto più alto?
Ricordo i primi tempi in facoltà quando vedevo i ragazzi con la corona
d’alloro in testa ed una toga poggiata sulle spalle, che venivano festeggiati come Dustin Hoffman ne “Il Laureato”.
Sapete cosa pensavo in quei momenti lì?
Di cosa ero assolutamente certo?
Che io quel momento non l’avrei mai vissuto. Che non era per me. Che ero certamente destinato a proseguire la mia esistenza in quell’apatia che tanto mi era cara e tanto odiavo.

Alla fine però, dopo mille sacrifici e molto lavoro su me stesso, contrariamente al parere di molti, quella battaglia l’ho vinta. Ed anche brillantemente, secondo il mio punto di vista, sapendo tutto quello che so di aver vissuto.

Ora però il gioco si fa duro, molto duro. E’ passato tanto tempo da quel giorno che avevo tanto agognato che mi sembra quasi stato vissuto da un’altra persona.

E mi ritrovo a pensarla esattamente come il mio primo giorno di università. Che non ce la farò, alla fine, a raggiungere quella realizzazione a cui punto dal primo giorno di lavoro. Anche adesso che mi sento più preparato, con un titolo in più nel curriculum, ed ancor di più l’esperienza maturata negli anni di professione svolta sino ad ora.

E’ tutto troppo difficile e complicato per una persona sola. E la voglia di lasciare tutto e dedicarmi a qualcos’altro cresce ogni giorno di più, ed è difficile da controllare.

Ma chissà, alla fine domani mi sveglierò e capirò che l’ho sfangata un’altra volta.

In attesa del prossimo scoglio. Che magari supererò come quel giorno di tanti anni fa.

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Dubbi di metà settembre

Che poi, io sono perfettamente consapevole del fatto che ho la fidanzata bella. Ed oltre ad essere bella è anche bona, nel senso più animalesco del termine. E, come se non bastasse, farebbe l’amore ogni secondo, e non si stanca praticamente mai. Ciliegina sulla torta è dolcissima e (spesso) allegra.

Ora, volete spiegarmi l’arcano motivo per il quale è così difficile essere costantemente innamorati di una persona?

Mi spiego meglio. Oggi lo sono, e veramente tanto, al punto che vorrei stare sempre con lei e che potrei pensare che viverci insieme potrebbe anche non essere così malvagio. Ma allora come mai tre giorni fa non ero così innamorato? Perché pensavo cose opposte?

Sono bipolare?

Se è così, ve ne prego, ditemelo.

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Deliri, Diario

Ciclicamente sento il bisogno di tornare su questa pagina. A volte soltanto per leggere i vecchi post, i commenti in loro racchiusi, e rivivere le emozioni dei giorni in cui li scrivevo. Altre volte, come in questo caso, mi prende come una smania di tornare a raccontare e raccontarmi, di comunicare e scambiare idee ed emozioni con altre persone che potrebbero essere i miei vicini di casa o nel posto più lontano della terra. Penso ad una isola hawaiana o ad una montagna in Tibet. Quanto vorrei essere li ora.

Scrivere e raccontare nei momenti più difficili è sopratutto un modo per esorcizzare le situazioni dalle quali, volente o nolente, comunque alla fine ci si esce, o che a volte si risolvono spontaneamente. Ricordo il periodo in cui ero presente sulla blogosfera in maniera più o meno costante. Avevo rotto con la mia ex, flirtavo con qualcuna, con altre mi illudevo di farlo, scopicchiavo in giro, avevo un sacco di cose da dire ed altrettanto tempo libero per farlo. Poi sono caduto dalla nuvola nella quale ero sospeso, condizione a ben vedere non proprio piacevole, e mi sono fidanzato. Lavoro, fidanzata, partite di calcio, uscite con amici, lettura, cinema. Stop. Non avevo più un cazzo da dire, né da raccontare, e ad un certo punto mi mancava anche il tempo per farlo. Che fai scrivi qualcosa in fretta e che per giunta racconta la monotonia dei tuoi giorni? Direi proprio che non ne vale la pena. E poi, a me è una vita che non dispiace, forse leggermente convessa, non proprio piatta, ma a voi cosa ve ne può fregare? E a me cosa può fregare di scrivere banalità? Ecco perché ho smesso di scrivere qualche tempo fa.

E nel motivo dell’interruzione vi è anche quello della ripresa. Non sono tornato su quella nuvola, né sono su di un’altra. Continuo a svolgere la stessa vita di ieri o di due mesi fa. Però sento che intorno a me le cose stanno cambiando velocissime, oppure la mutevolezza che avverto è riferibile al mio rapporto verso l’esterno, e che quindi il problema è la soluzione sono io.

Ora proprio non so, ma vorrei scoprirlo anche attraverso questo quaderno che, virtuale o di carta, contiene le stesse e medesime emozioni, paure, coraggio, gioie e tristezze.

Mi sembrava doveroso bussare prima di rientrare in una casa dove manco da diverso tempo, e spiegare il perché della mia assenza.

Mi siete mancati. Ciao né!

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Succedono…le cose poi succedono

Non so se capita anche a voi, nel bel mezzo di una festa, di estranearvi del tutto dalla situazione perché folgorati da un’illuminazione. Bene, a me è accaduto ieri. Una sensazione forte, potente. Si direi che potente rende abbastanza l’idea.

Dunque ero a questa festa sciccosissima, ove era presente “la crème de la crème” del nostro hinterland. Tutti tirati a lucido, ragazze splendide nei loro vestiti luccicanti da millemila euro,  donne ubriache di alcool che anelavano un altro giro di quei cicchetti di vita ormai perduti, ormai ridotte ad una parodia di loro stesse. Uomini che recitavano la loro parte nel gioco della vita, prima nel ruolo di cacciatori, come cani da tartufo che annusano l’odore della disponibilità verso una scopata facile, magari da consumare dietro un cespuglio, all’aria aperta sotto quel bellissimo manto di stelle di cui era popolato il nostro cielo ieri sera. Naturalmente c’erano anche quelli adoranti il proprio oggetto del desiderio, la tipica femmina alfa single che ammicca a tutti tranne che a loro. Magari a volte ci riescono a “catturare la preda”, soltanto che poi,  una volta caduta nella rete la preda femmina ha la capacità di fare la magia di scambiare di ruoli. E l’uomo si ritrova suo malgrado ad essere chiuso in gabbia, pur essendo partito come cacciatore.

Ballavo. Mi divertivo anche, tanto che mi sembrava di essere riuscito a confondermi nella marmaglia danzante.  Conscio dei miei limiti assoluti in tutto ciò che concerne la fluidità di movimento, ero tutto preso dal tentativo di muovere quel tronco di legno che si rivela essere il mio corpo in quei momenti. I restanti neuroni non impegnati nella faticosissima attività di cui sopra, si dedicavano invece allo studio delle espressioni facciali. Tentavo di replicarle sfruttando le capacità innate dei cosiddetti neuroni specchio. Cazzo dovevo riuscirci. Anzi forse forse ce la stavo proprio facendo ad essere come quelli che mi circondavano. Che figo.

Poi mi sono fermato un secondo.

Ho visto che tutti giravano vorticosamente su loro stessi, si dimenavano con i bicchieri di mojito in una mano, l’altra in alto a cercare di toccare qualcosa nel cielo, qualcuno come un novello Jap Gambardella in “La grande bellezza” fumava e rideva godereccio di tutto quell’edonismo che lo circondava, sudavano, recitavano, e si muovevano come un sol uomo. Ho acceso una sigaretta allontanandomi dal corpo informe che saltava al ritmo di musica. Ci voleva proprio una bella sigaretta, anzi ne avvertivo il bisogno.

Ed in un “puf” niente da fare, ero già tornato me sesso. E lì  ho avuto l’illuminazione di cui in apertura.

Ero lì, a fare il cretino, in mezzo a tanta gente più cretina di me, che peraltro conoscevo a malapena, mentre a casa c’era una bella ragazza che mi aspettava e mi pensava. Beh ve lo confesso, mi sono sentito stupido. Dannatamente stupido. Per un attimo mi sono lasciato abbagliare dai vestiti lamè e dai luccichii delle paillettes. Ed avevo sbagliato, perché il mio posto non è lì. Non è la mia natura. A me piacciono i cinema, gli incontri letterari, i gelati sul mare, le partite con gli amici e le serate in famiglia.

Sono questo. E non altro.

Piuttosto mi chiedo se mi accontenterò mai. O se continuerò a vedere nell’esterofilia un’ammaliante sirena che mi chiama con la sua voce suadente.

Proprio non so.

Zio Hank

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